
Egregio signor Ministro
mi presento, sarebbe scortese non farlo, anche per rispetto nei riguardi del delicato ruolo che Lei ricopre, come rappresentante della volontà popolare nell’ambito dell’istruzione e quindi colui a cui mi sento, per spirito di servizio, di fare riferimento nel mio agire quotidiano.
Sono un insegnante di filosofia e storia di un liceo della provincia di Bergamo che svolge la propria attività da molti anni. Premetto che ho letto dalle cronache giornalistiche quello che è stato il suo commento in Parlamento sull’ultimo rapporto Censis relativo ai livelli medi di preparazione di adulti e studenti.
Risulta che, in estrema sintesi, il 43,5% degli studenti non ha le competenze minime di italiano e il 47,5% degli alunni non possiede le competenze minime di matematica. Appare emblematico e d’effetto che il 41% degli studenti confonda le poesie di Leopardi con quelle di D’Annunzio. Confesso che per me, come, immagino, per molti altri insegnanti, non è un dato inaspettato, era più che prevedibile.
Non credo che molti di noi abbiamo vissuto con meraviglia tali dati, come, mi pare, abbia forse fatto Lei. Sarebbe opportuno dire, in tal caso, il vaticinio si è avverato!
La sua risposta in merito, durante il “Question time” in Senato, mi pare alla senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennucci, mi è parsa davvero curiosa. Lei incolpa, in un lungo e svariato elenco, rispettivamente: alcune tendenze pedagogiche e culturali dominanti in passato, la sottovalutazione del latino, il poco spazio dato ai riassunti, alla storia della musica e dell’arte oppure, per le materie STEM, alla tanto ripetuta incapacità, nell’insegnamento, di partire dalla pratica per poter arrivare alla teoria, che mi pare un suo cavallo di battaglia; chissà in base a quale teoria concernente la didattica delle scienze. Nel caso della matematica, a cui lei spesso ha fatto riferimento in diverse occasioni, questa disciplina ha come obiettivo, notoriamente, proprio l’educazione al pensare astratto, che tanto ha fatto progredire l’umanità, visto che da quando astraiamo dalla natura triangoli o figure geometriche abbiamo fatto passi avanti colossali, si veda anche Kant in proposito quando scrive “…colui che dimostrò i primi teoremi… si accese una gran luce, poiché comprese che non doveva seguire ciò che via via vedeva nella figura … ma doveva produrre la figura, costruendola, secondo ciò che con i suoi concetti pensava e rappresentava in essa…” aggiungo: in Platone, Aristotele e Galilei stessa solfa.
La matematica si sviluppò proprio oltre la realtà, come dire, naturale e pratica. Ma torniamo al tema, chiedo, con rispetto, se Lei abbia davvero visto una scuola nel suo operare quotidiano. Certo, il ruolo di ministro non contempla la concreta attività di lavoratore della scuola, come è normale che sia.
Chissà quante belle narrazioni ha ascoltato dalla viva voce di funzionari zelanti, sicuramente interessati a mostrare le tante bellezze del mondo scolastico; Napoleone aveva le informazioni dai Prefetti, Lei dai funzionari, i Prefetti riportavano il sentire della gente di Francia, lei non credo che chieda ai funzionari il sentire dei docenti.
Devo dire, inoltre, che ho sempre pensato che tagliare nastri forse non permetta di sapere cosa succede davvero nelle scuole
Ai dati ora considerati bisognerebbe, a mio avviso, aggiungere anche che, in diversi anni ormai di implementazione dell’insegnamento dell’educazione civica, non sono di riflesso diminuiti i reati e le vio lenze dei minori, anzi tutt’altro, stando alle cronache, ma anche ai dati Istat.
Certo, scordiamoci un banale rapporto di causa-effetto, ma una riflessione andrebbe comunque fatta. Mi meraviglia sinceramente che su questo aspetto non vi siano state interrogazioni parlamentari, almeno non ne ho notizia. A questo punto varrà la pena che le racconti che cosa succede realmente nelle scuole.
Le do una notizia, i docenti svolgono sempre meno ore di lezione dedicate ai contenuti specifici delle discipline, ai tradizionali programmi a cui siamo stati in passato abituati.
I diversi progetti, anche da lei peraltro implementati, dall’educazione civica al PCTO, dall’orientamento agli interventi specifici e alle conferenze sulle più disparate questioni, forse sono più che sacri, ma costringono i docenti a ridurre le ore dedicate alle diverse discipline, per fare spazio alle svariate iniziative, che a questo punto, inevitabilmente, comportano una contrazione dei programmi curricolari. D’Annunzio e Leopardi un pochino saranno sacrificati. Se lei chiedesse agli studenti di produrre delle slide sull’orientamento o sulle questioni attinenti l’educazione civica o sul progetto X piuttosto che Y i dati sarebbero forse molto diversi, sarebbe un probabile successo.
E’ il caso di dire: dipende dalla scuola che si vuole; forse Leopardi e D’Annunzio sono inutili, non servono, tali progetti forse sì. Gardner, il signore delle intelligenze multiple, aveva un’idea storica dell’educazione e dell’istruzione. Sosteneva che nell’antica Cina fosse al centro della formazione il saper versare il tè, perché il resto semplicemente “non serviva”; oggi forse serve altro, non Leopardi, a quanto pare.
Allora si smetta di sventolare dati ovvia conseguenza dell’attuale organizzazione scolastica, oppure, se si vuole invertire la tendenza, si “blindino” le ore disciplinari, si fermi la riduzione drastica delle ore curricolari di italiano, storia, matematica, scienze e altro ancora. In estrema sintesi io vedo nella scuola una certa confusione, una “tremenda” dispersione data, a mio parere, da una sorta di nichilismo di fondo proprio come lo vedeva il filosofo Nietzsche: “Manca il fine, manca la risposta al perché”.
La scuola è un po’ latino ma anche imprenditorialità, un po’ contenuti, un po’ competenze, un po’ questo un po’ quello, nulla di contraddittorio, ma di slegato, sfilacciato.
La scuola appare come un grande e variegato contenitore in cui noi insegnanti spesso temiamo che il politico di turno un giorno inserisca l’ennesima “necessità culturale”. E se la scuola deve soprattutto consentire la maturazione dell’individuo, insegnare ad imparare, affinare un metodo di studio, con estrema franchezza non mi sembra che lo stia facendo. Manca quell’organicità dentro cui inserire dei percorsi di senso finalizzati. Si faccia finalmente una riforma complessiva della scuola com’è avvenuto nel 1923, dove il fine e il perché erano discutibili ma chiari, una riforma organica insomma e non si continui ad aggiungere attività, pezzo dopo pezzo, pensando che siano a costo zero, senza conseguenze. Si renda finalmente la scuola adeguata e in sintonia con i tempi fatti di interessi indubbiamente diversificati e multiformi, interessi che vanno equilibrati in un progetto organico e coerente oppure si rimanga nella confusione che non è libertà, ma solo banale caos che il dato Censis non può far altro che certificare.
Marco Navarri