Se l’Italia entrerà in guerra, cosa sarà di scuola, docenti, studenti, personale ATA? Chi di loro verrà arruolato nelle forze armate nazionali?
Dopo 28 mesi di martellamento mediatico sul CoViD, il 24 febbraio (con l’invasione russa dell’Ucraina) è esplosa la campagna mediatica sulla terza guerra mondiale (e nucleare) imminente, che ha visto i nostri governanti schierarsi immediatamente — e con grande entusiasmo — dalla parte dello zio Sam. Il governo Draghi all’unanimità ha deciso di portare la spesa militare da 26 40 miliardi annui, destinando senza indugi armi e soldati all’Ucraina. Ma che impatto avrebbe sulla scuola un impegno militare diretto?
L’impatto economico è facilmente intuibile: dimentichiamoci le decine di miliardi del PNRR che auspicavamo per ridurre il numero di alunni per classe, assumere nuovo personale, mandare i docenti in pensione prima dei 68 anni, restaurare gli edifici scolastici prima che crollino e costruirne di nuovi.
Ma c’è un altro effetto che nessuno considera: tornerebbe, in caso di guerra generalizzata, la coscrizione obbligatoria? Quali insegnanti partirebbero come militari? Quali studenti? E le donne dovrebbero arruolarsi?
Per il momento possiamo stare tutti (e tutte) tranquilli: le forze armate italiane, dal 1° gennaio 2005, son composte da volontari professionisti. La legge 23 agosto 2004 n. 226 (governo Berlusconi II) ha sospeso (non abolito) la leva obbligatoria. Tuttavia, in caso di guerra, le cose potrebbero cambiare radicalmente. Infatti, se è vero che l’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra, l’articolo 52 ricorda che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Qualora il numero dei militari in servizio non dovesse più esser sufficiente, dunque, la leva obbligatoria potrebbe tornare in vigore.
Prima verrebbero richiamati tutti i volontari militari cessati dal servizio entro i cinque anni precedenti. Lo prevede esplicitamente l’articolo 1.929 del codice militare: «Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni, nei seguenti casi: se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate».
Pertanto sarebbero richiamate anche le donne che nei cinque anni precedenti avessero fatto parte del personale militare volontario cessato dal servizio. Il gentil sesso, infatti, è presente nelle forze armate italiane già dal 2000 (grazie al d.lgs. 31 gennaio 2000, n. 24, governo D’Alema II). Più difficile è prevedere una chiamata di leva obbligatoria per le altre cittadine: anche se un disegno di legge in tal senso è stato presentato nel 2019 da due deputate di Fratelli d’Italia (nello stesso anno anche Salvini, allora ministro dell’interno, propose di ripristinare la “naia” per tutti).
Insomma, certezze assolute non ve ne sono. Se la carenza di personale militare dovesse non esser colmata dal richiamo degli ex volontari cessati dal servizio, allora le cose potrebbero cambiare, e di molto. A quel punto tutti i cittadini maschi dai 18 ai 45 anni di età — iscritti fin dai 17 anni nelle liste di leva dei comuni italiani secondo quanto prescritto dagli Artt. 1950 comma 1 e 1086 D.P.R. 15 marzo 2010, n. 90 (governo Berlusconi IV) — potrebbero venir richiamati per decreto del Presidente della Repubblica, successivo a delibera del Consiglio dei Ministri. Compresi, ovviamente, sia docenti, sia ATA, sia studenti.
Ci sarebbe via di scampo per qualcuno? Ci si potrebbe opporre in qualche modo? Risposta: in caso di guerra, no. A meno di non voler incorrere nelle pene previste per i renitenti alla leva (da uno quattro anni di carcere) e per i disertori (fino all’ergastolo nei casi più gravi; la fucilazione è stata in vigore fino al 1994). Eviterebbero la chiamata alle armi solo le donne militari in stato interessante, i malati o le persone in condizioni di salute precaria. Ma poi tutti noi dovremmo forse fare i conti coi rischi della guerra batteriologica, chimica o nucleare. E allora rimpiangeremmo di non esserci opposti con tutte le nostre forze a qualsiasi ipotesi di guerra.
Il problema esiste, ma nessuno sembra esserselo ancora posto seriamente; tantomeno tra gli italiani desiderosi di spezzar le reni al tiranno russo. Gli interventisti affollano infatti gli schermi televisivi, benché — come i sondaggi dimostrano — nel Paese essi siano minoranza.
Una guerra, d’altronde, risolverebbe i problemi di chi non ama la democrazia. Infatti la sicurezza della Patria giustificherebbe il controllo su informazione, attività produttive, libertà di stampa, diritti sindacali, diritto di sciopero. Probabilmente, di ciò la categoria docente non si accorgerebbe nemmeno, avvezza com’è a considerare i sindacati “tutti uguali” e lo sciopero “inutile”. La libertà si comprende e si apprezza quando la si è perduta.
Per il momento, comunque, è ancora lecito manifestare e scioperare. Pertanto, chi non vuol vedere l’Italia nella terza guerra mondiale, potrà dirlo scioperando e manifestando il 20 maggio, nello sciopero generale unitario proclamato dai sindacati di base.
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