Categorie: Politica scolastica

Ora di religione, adesioni in calo ma non tra gli stranieri: perché non si rinnovano i contenuti?

L’insegnamento della religione cattolica a scuola, malgrado il numero in discesa degli alunni che se ne avvalgono, continua a rappresentare un momento di crescita.

Perché la presenza del docente di religione in classe consente di “tenere viva la passione educativa e accrescere la qualità scolastica e professionale, sia nella fase della prima formazione sia in quella permanente o in servizio, curando inseparabilmente l’acquisizione dei contenuti disciplinari e la competenza umana, pedagogica e spirituale delle dinamiche relazionali e didattiche”.

A sostenerlo – come già riportato dalla Tecnica della Scuola – è la Commissione Cei per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, attraverso la “Lettera agli insegnanti di religione cattolica”, scritta dopo oltre 25 anni dalla pubblicazione della nota pastorale “Insegnare religione cattolica oggi” (era il maggio del 1991) e in occasione dell’entrata in vigore a pieno regime dell’intesa tra la Cei e il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, firmata il 28 giugno 2012. Un accordo che, ricorda la Cei, è stato “voluto tenacemente per assicurare un livello di eccellenza alla formazione degli insegnanti di religione cattolica”.

La lettera, datata 1° settembre 2017, è stata anticipata dall’Osservatore Romano: nella missiva pubblica, i vescovi confermano il loro sostegno e sottolineano l’importanza di un insegnamento che offre a milioni di studenti “l’opportunità di assimilare una conoscenza qualificata del patrimonio di cultura che il cattolicesimo italiano consegna anche alle nuove generazioni”.

Si tratta di “un lavoro prezioso per la scuola, per la società e per la comunità ecclesiale”.

Sempre la Cei, affronta, con spirito positivo, il decremento del numero di alunni che si avvalgono della religione cattolica, con scuole superiori del Nord dove a dire no sono ormai oltre la metà degli iscritti. Anche a livello nazionale l’ultimo dato, che non arriva all’88%, parla da solo: basta dire che nell’a.s.1993-94, il primo delle rilevazioni annue effettuate dalla Conferenza episcopale, gli studenti che si avvalevano dell’insegnamento della religione cattolica erano il 93,5 per cento.

Quindi, in poco più di 20 anni, il decremento è stato di 5,6 punti percentuali: non tantissimi, ma nemmeno pochi. Quello che più preoccupa la Cei, è la perenne riduzione di adesioni, che, seppure lieve, si conforma di anno in anno.

 

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Ora, è vero che, parallelamente, nello stesso periodo il numero di alunni stranieri è cresciuto in modo esponenziale, arrivando alle soglie del 10% di iscritti. Ma il motivo non sta solo lì. Perché diversi degli alunni che decidono di non fare religione, ad inizio anno, al momento dell’iscrizione, sono italiani al 100%.

La conferma, indiretta, arriva dagli stessi vescovi. I quali, fanno notare che in una Italia ormai multi-religiosa e pluri-culturale, è tutto sommato diffuso il fenomeno di alunni di estrazione religiosa e culturale non cattolica che chiedono di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. D’altra parte, “mentre si conferma l’alta percentuale di avvalentisi – nel 2015-2016 nelle proporzioni dell’87,9 per cento nelle scuole statali – si registra una certa difformità di percentuale tra grossi e piccoli centri, tra sud e nord, tra i diversi ordini e gradi di scuola”.

In effetti, alla primaria, soprattutto al Centro-Sud, il numero di alunni che frequentano l’ora di religione rimane altissimo. Anche laddove sono presenti allievi stranieri.

“L’elevata percentuale degli avvalentisi conferma, nondimeno, la validità della scelta a suo tempo compiuta di consentire agli studenti italiani una conoscenza sicura di ciò che il cattolicesimo rappresenta non solo per i credenti ma per tutta la nostra tradizione”, chiosa la Cei.

In conclusione, la domanda sorge spontanea: poiché a frequentare l’ora di religione cattolica c’è una fetta non sempre minimale di alunni stranieri, non sarebbe il caso di mutarne i contenuti, magari allargando la prospettiva d’insegnamento anche alle religioni altre?

 Perché è vero che a scuola non si fa catechismo, ma le lezioni rimangono sempre morbosamente attaccate all’orbita cattolica. Lo spostamento del raggio d’azione dei contenuti dell’ora, tra l’altro, siamo convinti che avvicinerebbe molti studenti che oggi dicono no a priori.

Si attendono risposte. Anche dagli stessi vescovi, che sulle sorti della religione cattolica a scuola hanno pieni poteri.

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Alessandro Giuliani

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