Il maestro Alberto Manzi
Alberto Manzi, assistente di Luigi Volpicelli alla facoltà di Filosofia, fu il Maestro di migliaia di italiani che, attraverso la trasmissione sulla Rai dal titolo “ Non è mai troppo tardi “, impararono a leggere e scrivere, riuscendo così a ottenere la licenza elementare. Manzi possedeva due diplomi, uno d’istituto magistrale e un altro d’istituto nautico, e due lauree, in biologia e in filosofia. Successivamente si era specializzato anche in Psicologia per arrivare a dirigere, nel 1953, la Scuola Sperimentale dell’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero de La Sapienza.
Per Manzi fare scuola è educare a pensare, in altre parole insegnare a saper guardare oltre, osservare, saper ascoltare e saper riflettere. Tutto ciò affinché i bambini possano sviluppare un orientamento critico con il quale muoversi nel mondo in autonomia, sapendo scegliere la propria strada da percorrere. Bisogna trasmettere agli studenti la voglia e la curiosità di chiedere a se stessi il perché delle cose e non fornire loro saperi precostituiti, utili a coltivare essenzialmente un pensiero di massa.
La tecnica di Manzi era quella di non far capire subito cosa stava disegnando, ma di condurre a scoprirlo gradualmente, in modo da tenere desta la curiosità degli allievi. Ancora oggi, di fronte a tante lezioni super digitalizzate, l’immediatezza comunicativa dei disegni di Manzi resta un esempio di come si possa fare scuola efficacemente con metodi semplici.
I principi su cui fondava il suo interagire con gli alunni erano soprattutto due: il primo consisteva nella ricerca continua di stimoli ed espedienti per tenere viva la voglia di sapere, la curiosità che spingeva il bambino a chiedere, ad approfondire sempre più ogni aspetto della vita , dal più banale al più sofisticato, quella curiosità che il maestro Manzi chiamava “tensione cognitiva”. Il secondo cardine pedagogico a cui Manzi attribuiva una rilevante importanza per fare della pedagogia attiva, che, partendo dal “sapere” del bambino, lo conducesse via via ad allargare il campo e le modalità d’azione, per raggiungere un’autonomia sempre più solida non solo del pensare, ma soprattutto del “fare”.
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