Che Matteo Salvini non brilli in eleganza è evidente. Che non nutra particolare stima nei confronti del presidente della Camera Laura Boldrini è risaputo.
Basta andare a risentire le sue parole di un anno fa, con le quali dichiarava esplicitamente di ritenerla la peggiore presidente della Camera della storia.
Stavolta però l’offesa si è spostata dall’ambito puramente politico a quello individuale.
Durante il raduno della Lega di sabato 23 luglio a Cremona, è arrivata sul palco una bambola gonfiabile: “C’è la sosia di Boldrini qui” ha detto Salvini al microfono.
Il caso è esploso sul web, il video ha fatto il giro dei social e ha suscitato l’indignazione tanto della sinistra quanto del centrodestra. Dal canto suo Salvini ha pensato bene di rispondere lanciando l’hashtag #sgonfialaboldrini.
Cercando di tralasciare il non poco influente fatto che Matteo Salvini ricopra una carica istituzionale e che dovrebbe essere un esempio di educazione e diplomazia, è demoralizzante assistere all’ennesimo caso di discriminazione sessuale nella politica italiana.
Se l’offesa e l’inveire si rivelano già normalmente poco efficaci e imbarazzanti agli occhi dei cittadini, servirsi di insulti a sfondo sessuale non migliora di certo la situazione.
Con quale ipocrisia si può pretendere una società migliore, più evoluta e civile quando diamo modelli comportamentali del genere ai giovani?
Come può un genitore o un insegnante insegnare i valori del rispetto e dell’uguaglianza se poi ai vertici delle istituzioni personaggi simili si arrogano il diritto di parlare in questo modo?
Ci lamentiamo e ci indigniamo davanti ai casi di stupri, davanti alle violenze fisiche che le donne subiscono da sempre in misura maggiore rispetto agli uomini. Esprimiamo solidarietà a chi ne resta vittima, incitiamo coloro che rimangono in silenzio per paura a parlare e a denunciare.
Ma poi ridacchiamo davanti a battute offensive e sessiste come quella di Salvini – perché di fatto di questo si tratta – e magari siamo i primi ad apostrofare con epiteti poco eleganti le donne che escono in minigonna e tacchi a spillo.
Ci fa sentire a posto con la coscienza definirci una società emancipata, ma a volte è bene ricordare che il grado di civiltà di un popolo si misura anche attraverso i più piccolo, e apparentemente insignificanti, atti della quotidianità.
Soltanto una sincera consapevolezza di ciò può rendere possibile educare le generazioni più giovani al rispetto della donna che non deve essere elevata a creatura da riverire per puro spirito di galanteria, bensì dev’essere guardata e considerata da pari a pari.
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