Scuola & Precariato: uno spaccato socio-culturale

“Quale è il volto, la realtà socio-culturale del precariato nelle scuola?” Questa semplice domanda è fondamentale in ogni processo che si pone oggi di comprendere la Scuola, i suoi bisogni e potenzialità. A questa domanda, queste righe offrono una prima risposta empirica, basata sul lavoro sul campo svolto in Piemonte nel corso del 2013 e dei primi mesi del 2014.
La scuola è un fondamentale ambito dell’Industria della Conoscenza, a prevalente iniziativa pubblica. Ancora oggi, anche a fronte di un quindicennio di progressive riforme ed a prescindere delle strutturali trasformazioni del rapporto tra Stato, scuola pubblica e scuola privata che si sono succedute a partire dalla Riforma Berlinguer, la Scuola pubblica rappresenta il principale approdo per chi decide di lavorare nel campo dell’educazione, in qualità di docente o di non-docente: un difficile approdo che per la maggior parte dei casi si caratterizza in un lungo periodo di precariato lavorativo.
Come più volte ripreso nei giornali nel corso degli ultimi mesi, il mondo dell’Istruzione è quindi caratterizzato da un precariato diffuso che nell’ultimo ventennio s’è ulteriormente espanso facendo della pluridecennale attesa prima di una stabile occupazione una “normalità”.
Il senso di disagio implicito in questa condizione è acuito dalla complessiva opacità e voluttuarietà dei criteri di valutazione che sostanziano questo mercato: al singolo lavoratore spesso manca una piena conoscenza del quadro normativo e delle possibilità e delle limitazioni specifiche che esso va a sancire. Questa non conoscenza va a sancire l’incapacità di decidere razionalmente sulle scelte formative e lavorative da intraprendere, impedendo di riorientare le proprie aspettative di fronte a fallimenti o punti morti di carriera: una condizione che inevitabilmente si sposa con il senso di sostanziale marginalità dell’individuo.
L’incapacità a decostruire la realtà complessa della legislazione incide sulla percezione dello Stato da parte del cittadino: una struttura complessa diviene agli occhi dell’individuo un’entità monolitica; un’istituzione plurale è trasformata in persona singolare che gestisce autocraticamente i meccanismi di reclutamento; le contraddizioni insite nell’organizzazione statale vengono viste come espressione di una volontà capricciosa, indecisa, indifferente. Di fronte alle “angherie” dello Stato l’individuo stenta a vedere nei suoi pari dei possibili alleati, tantomeno dei simili: appaiono per lo più dei concorrenti all’interno di un contesto di mercato altamente concorrenziale.
In questo orizzonte, si colloca la percezione della professione. Lavorare nella Scuola non è come spesso si trivializza, una scelta casuale: per i lavoratori è una scelta consapevole, abbracciata nel corso del periodo di studi oppure durante la vita professionale; non è un ripiego. Spinto da questa volontà, l’individuo però si scontra contro la sostanziale frammentarietà del sistema di reclutamento, la moltiplicazioni di percorsi, profili professionali prerequisiti per l’arruolamento che si sono stratificati nel corso dell’ultimo ventennio e che determinano le dinamiche del presente. Questi dispositivi amministrativi determinano le condizioni di vita degli individui, le loro possibilità, e sono fattore fondamentale nel fare del corpo sociale del mondo della Scuola la realtà lavorativamente e umanamente precaria che conosciamo.
Di fronte a questo quadro, il lavoratore si sente solo, privo di risorse, abbandonato; membro di un manzoniano “volgo disperso che nome non ha”. Questo popolo troppo spesso dimenticato dalla politica e spesso anche da sé stesso che oggi è il fondamentale fulcro della scuola pubblico: la realtà sociale da cui concretamente ogni disegno di riforma o progetto di miglioramento della Scuola deve oggi ripartire.

 

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