
Un altro tassello importante si è aggiunto il 28 febbraio scorso alle ormai numerose ricerche che da anni dimostrano il danno prodotto sui più giovani dall’uso precoce dei dispositivi digitali. I risultati di questa indagine statistica, che va sotto l’acronimo EYES UP (EarlY Exposure to Screens and Unequal Performance), condotta dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Università degli Studi di Brescia, l’Associazione Sloworking, il Centro Studi Socialis, sono stati presentati in un convegno a Milano Bicocca. Non ci stupisce il risultato della ricerca, che non fa che confermare ciò che già sapeva chi si interessa della questione: il dato di novità (a mio avviso scontato e per nulla sorprendente) è l’aver posto in relazione il legame tra l’età di primo utilizzo di smartphone e social network e il rendimento scolastico.
Le evidenze statistiche dicono che “gli studenti che aprono un profilo social in prima media ottengono punteggi mediamente più bassi nelle prove standardizzate di italiano e matematica rispetto a chi aspetta i 14 anni, il limite fissato dalla normativa europea”. A tali risultati si è giunti analizzando le risposte ad un questionario di 6.609 studenti di classi seconde e terze di scuole secondarie di secondo grado in Lombardia e confrontandole con i loro risultati nei test INVALSI.
Come è facile intuire, essendo di fatto l’utilizzo precoce dello smartphone un comportamento di tipo regressivo, saranno proprio le famiglie con genitori meno istruiti quelle in cui lo smartphone viene concesso in anticipo rispetto a ciò che avviene in famiglie più privilegiate economicamente e più acculturate. Ecco che l’abuso dei media digitali si configura come fattore ulteriore di discriminazione sociale. Un dato particolarmente allarmante viene messo in rilievo: il 22% degli intervistati consulta lo smartphone con frequenza anche durante la notte, interrompendo il sonno.
“Terribile!” commenteranno in molti. Ma la cosa di gran lunga più raccapricciante è che il grido di allarme rispetto all’uso precoce dello smartphone è stato lanciato molte volte negli ultimi anni. Nel 2019 l’OMS sosteneva la necessità di tenere i bambini lontani dagli schermi di tablet, smartphone, computer; ma già prima, nel 2012, usciva un saggio famoso del neuropsichiatra Manfred Spitzer, che tutti coloro che si occupano di educazione dovrebbero leggere e che ben chiariva, a partire dalle ricerche neuropsichiatriche di allora, gli effetti negativi per lo sviluppo cerebrale derivanti dall’uso precoce dei media digitali.
In Demenza digitale, tra l’altro, Spitzer sottolineava l’assenza di studi che evidenziassero l’effetto positivo dell’introduzione dei media digitali a scuola; al contrario, già nel 2012, abbondavano le ricerche che confermavano gli effetti negativi del computer in ambito educativo.
Ancor oggi non si hanno riscontri oggettivi rispetto al vantaggio che deriverebbe dall’uso delle nuove tecnologie nella didattica. Una delle poche ricerche italiane recenti , condotta su un campione di circa 200 studenti di II primaria e V primaria, analizza l’impatto delle classi digitali negli esiti delle prove INVALSI, in particolare sui risultati dei test di Italiano, Matematica, Inglese Reading e Inglese Listening (l’analisi introduce, come doveroso, le variabili di controllo legate allo status socio-economico e culturale della famiglia di origine e al percorso pregresso).
Ecco cosa emerge: “I risultati mostrano la necessità di fare considerazioni differenti a seconda della disciplina analizzata: per Matematica, l’appartenere ad una classe a didattica tradizionale sembra essere premiante. Nel caso di Italiano Inglese Reading e Inglese Listening l’effetto è neutro. […] il trend, seppure non statisticamente significativo, mostra effetti parzialmente positivi nella partecipazione alle classi digitali, in particolare per gli studenti più fragili sul piano cognitivo”. Poca cosa, ci sembra. E allora perché insistere sulla digitalizzazione della scuola? Perché spostare l’attenzione su un mezzo e non sul cuore del problema, che è la relazione tra chi insegna e chi apprende, che non potrà essere resa positiva da nessuna “metodologia didattica” né, tanto meno, dalla sostituzione di un mezzo ad un altro?
Riteniamo che negli ultimi anni la politica scolastica in Italia sia stata strabica: da un lato la condanna degli smartphone, dall’altro ingenti risorse spese per la digitalizzazione, quasi che tra le due cose non vi fosse relazione; da un lato una smania di “modernizzazione”, dall’altro un “ritorno al passato” nei contenuti e nei metodi.
Alcuni aspetti della nostra scuola sono da correggere con urgenza (dalle strutture fatiscenti, al trattamento del personale) su altri è doverosa una riflessione che non escluda il corpo docente, i lavoratori della scuola, le famiglie e gli studenti, persino i più piccoli.
Così non va: se scuola digitale deve essere si ha l’onere di dimostrare che essa funziona meglio della scuola tradizionale. Sinora si è dimostrato soltanto il contrario; le eventuali, necessarie ricerche però facciamole nascere, con criterio, all’interno delle classi, indipendenti da ogni interesse economico. La passività degli insegnanti, il loro essere rassegnati e proni di fronte ad ogni innovazione dall’alto non è il minor limite delle nostre scuole; auspichiamo che i docenti si vogliano fare interpreti, in questa epoca confusa di cambiamenti, di una scuola migliore e che abbiano la forza di indicare ciò che è davvero necessario per lavorare e studiare meglio.