The world’s most influential scientific minds 2015 è un report appena pubblicato da Thomson Reuters, in cui si stila una lista non esaustiva composta da 3.100 scienziati sui 9 milioni di ricercatori che ogni anno, in tutto il mondo, producono oltre 2 milioni di studi.
In questa lista compaiono 44 ricercatori italiani, tra questi l’immunologo Alberto Mantovani, impegnato nella sfida che l’immunologia lancia al cancro per rimpiazzare le chemioterapie, o il nefrologo Giuseppe Remuzzi, che riceve ogni giorno decine di richieste dall’estero per l’uso delle sue terapie renali innovative. O il biochimico (e dirigente CNR) Vincenzo di Marzo, pioniere delle ricerche sul sistema endocannabinoide, realtà che può influenzare molte funzioni del nostro corpo e può quindi essere orientato, tramite farmaci ancora in studio, a stimolare i muscoli riparando (per ora solo nei topi) i danni di malattie come la distrofia muscolare. Altrettanto importanti sono gli scienziati italiani “costretti” all’interdisciplinarietà dalla natura delle sfide intraprese. Come la chimica Maria Cristina Facchini: studiando il materiale organico che dal mare passa nell’atmosfera nei suoi progetti coinvolge fisici e biologi. O il fisico Riccardo Valentini, primo scopritore dell’importanza della vegetazione nella mitigazione dell’effetto serra, e fondatore di quel Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici oggi leader in Europa negli studi sull’impatto del clima sull’agricoltura e sull’economia.
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